Gruppo Sound
New York City
All’alba degli anni Ottanta, sono numerosi gli artisti in orbita Flipper Music attivi sul fronte librerie musicali e alle prese con album dalle sonorità completamente divergenti. Gli archivi delle succedanee dell’etichetta principale sono colmi di progetti non soltanto versatili perché, spesso, su misura per soddisfare la richiesta di specifiche musiche a supporto delle immagini di documentari e di servizi televisivi dal differente contenuto. Talvolta, uno o più musicisti uniscono le forze in maniera più o meno spontanea grazie all’abile regia del vertice dell’azienda, Romano Di Bari. L’editore non si limita, però, a raccogliere i loro brani e ad assemblare tracklist per compilation, ma sceglie un nome collettivo, Gruppo Sound, per ‘circoscrivere’ tali produzioni. Al contempo, il nickname è associato ad altre release appannaggio, però, di solisti, il cui nome figura, di solito, in piccolo sul retro delle copertine anonime, in ossequio alla tradizione grafica delle sonorizzazioni.
Disseminate tra i cataloghi Canopo, Deneb, Flower, Monosound Records e Team, le opere a nome Gruppo Sound sono state un’operazione di marketing di cui è stato possibile avere contezza in tempi recenti grazie a informazioni on-line. Al termine della ‘golden age’ delle sonorizzazioni, la discografia del fantomatico Gruppo Sound ha raggiunto quota trenta titoli e in un paio di circostanze si è preferito adottare sigle quali Electronic Sound Orchestra e Sound Orchestra. Non sorprende che i membri dell’ensemble sono stati di raro i medesimi. E, non a caso, l’autore dei tredici brani di “New York City” è un unico individuo, il polistrumentista Gabriele Ducros. Figlio del compositore Remigio Ducros, l’artista ha seguito le sue orme in ambito librerie musicali e colonne sonore, salvo diventare l’autore di molteplici brani per spot televisivi di una certa rilevanza, vincendo il premio ANIPA nel 1989 e nel 1990 e ottenendo vari riconoscimenti anche all’estero.
Il basso incalzante e da una manciata di note di chitarra elettrica costituiscono l’incipit dal mood ‘urbano’ della ristampa Musica Per Immagini di “New York City” (2024), Jogging, presto replicato con variazioni e, soprattutto, con il sassofono in bella mostra in Trip. La nostalgia per tastiere elettroniche Gocce Di Pioggia il contraltare ritmico a ulteriori divagazioni fusion, Lowers e Stress, con chitarra elettrica in primo piano e percussioni sullo sfondo, laddove Carousel è, invece, un curioso tema per i più piccoli. Mentre il sassofono ritorna centrale all’interno del sognante contributo smooth jazz intitolato Aquiloni, sono rispettivamente la chitarra acustica e il flauto ‘a rubare la scena’ agli altri strumenti per il tenue risveglio mattutino Alba e la sofisticata Harlem, ode contemporanea alla Grande Mela. L’atmosfera lounge di Cover Girl è interrotta, infine, dagli assoli ancora di basso e chitarra elettrica di Red Sunset inframezzati, però, da una melodia computeristica.
“Ho l’impressione che il nomignolo Gruppo Sound sia stato coniato da Romano Di Bari, che conosco da quando ero adolescente, complice il seguire mio padre praticamente ovunque. Gruppo Sound è, di sicuro, uno pseudonimo a carattere aperto che rimanda a una singolare creatività di fondo e a sonorità allora considerate moderne, immagino che questo fosse il suo obiettivo finale. Non sono stato, però, né condizionato dall’editore durante la lavorazione del disco né ho ricevuto un indirizzo artistico dallo stesso, perché le tracce non sono state finalizzate con l’intenzione di costituire un concept album. Al contrario, in altre situazioni, sono stati autori, giornalisti e registi di documentari e trasmissioni televisive a suggerirmi o, addirittura, a richiedermi un certo tipo di sonorità allora considerate ‘nuove’ e, quindi, le tracce per sonorizzazioni che sottoponevo alle case discografiche sono accomunate da una certa elasticità che le ha rese utilizzabili persino più volte”.
“I brani atmosferici, ballabili, intimi o ritmici di “New York City” erano ‘al passo coi tempi’ e, forse, si spingevano oltre il fine ultimo della sonorizzazione, cioè essere un sottofondo, poiché la loro impronta era fusion, ‘in sincronia’ con le tendenze. Ricordo che alcune di queste tracce potrebbero essere state associate a un film pornografico. Altre erano state, invece, realizzate quali brevi commenti per uno spettacolo teatrale, forse, mai realizzato. Senza presunzione, credo di aver avuto idee ‘alternative’, specie se confrontate con le sonorità circolanti allora in moviola. La musica può raccontare sia un’immagine che un concetto, detiene le cariche emotiva e onirica di un racconto su grande o piccolo schermo. E mio padre Remigio Ducros mi ha consegnato i ‘codici’ di tale linguaggio. Ho imparato davvero tanto da lui, è stata la persona più importante della mia formazione, non disdegnava di ascoltare la musica attuale, è stato un autentico sonorizzatore”.
“La sua peculiarità era la medesima propria di un bottegaio, perché incaricato di realizzare musica a seconda dei gusti in voga. Nel momento in cui spopolavano, ad esempio, gli Earth, Wind & Fire, era opportuno provare a ‘imitarli’ pur senza avere il loro talento e poter disporre della loro formazione. Nonostante ciò, la musica hawaiana, da ballo, il cha cha cha, così come qualsiasi altro fenomeno musicale verificatosi all’estero tra gli anni Sessanta e Settanta diveniva, in pratica, disponibile in Italia e in termini di sonorizzazione quale prodotto, in parte, d’imitazione. La sonorizzazione aveva, però, una regola precisa: era quasi priva di cantato, perché una o più voci potevano disturbare il ‘parlato’ del documentario di turno. Gli sporadici vocalizzi non erano, di fatto, collocati ad hoc sulla medesima frequenza dello speech di turno. Il primo aspetto da curare, era avere un carattere sempre ‘neutrale’, la musica non doveva mai disturbare la narrazione”.
“Ecco la differenza tra un musicista e un compositore, laddove il secondo non è solo un esecutore, ma conosce il linguaggio della musica, non è limitato in termini estetici, bensì è consapevole che la musica è espressione di un qualcosa d’intangibile e, al netto dell’arrangiamento, il suo contenuto è l’elemento principale: non sono le immagini ad aver bisogno della musica, ma la narrazione tutta. Oggigiorno, la possibilità di disporre di musiche provenienti da ogni parte del mondo ha cambiato in negativo l’ambiente. All’epoca, se eri ‘dentro’ il giro giusto, lavoravi tanto ed era fondamentale avere rapporti diretti con produttori e registi. Il mio compito era semplice, offrivo vere e proprie idee, non mi limitavo a tradurre in musica quelle altrui. E, paradossalmente, quando l’utilizzo sistematico di talune librerie musicali e canzoni ha preso il sopravvento anche nel mondo della pubblicità, ho smesso di fare il compositore, perché il mio ruolo di creativo è stato soppiantato”.