Keith Emerson
Inferno
Un incubo senza confini. Il barocco “Inferno” (1980) è tra i film horror più sottovalutati degli ultimi quarant’anni o uno tra quelli che meglio rappresentano la personale poetica e visione estetica di Dario Argento. Una summa di elementi presi ‘di peso’ dai precedenti lavori, tra bisbigli, guanti e feticci, non riconducibili a un assassino in carne e ossa. Il ‘sequel’ di “Suspiria” (1977) ne riprende l’atmosfera macabra, il substrato esoterico, l’uso espressionistico dei colori – stavolta il violetto, il pervinca e il lampone – e la singolarità degli omicidi, più fantasiosi e spietati. La sceneggiatura è stata scritta all’interno di una camera dell’hotel St. Moritz che affacciava su Central Park, nel cui lago sarebbe stata ambientata una scena cult dell’opera, ispirata da un racconto di alcuni senza tetto della Grande Mela e in parte realizzata dentro gli studi De Paolis a Roma, con il personaggio di Kazanian sbranato dai topi perché colpevole di aver affogato alcuni gatti durante un’eclissi di luna.
Quest’ultimo è un antiquario storpio, interpretato da Sacha Pitoëff presso cui la giovane poetessa statunitense Rose, ovvero Irene Miracle, acquista il libro “Le Tre Madri” dell’architetto e alchimista Emilio Varelli. Il testo in latino narra la vicenda di un trio di antiche streghe che ha accumulato ricchezze e, all’inizio del diciannovesimo secolo, hanno commissionato all’italiano la progettazione e la costruzione di tre dimore, scrigni dei loro segreti, collocate a Friburgo, Roma e New York, da cui dominare il mondo con il dolore, le lacrime e le tenebre. Dopo aver letto il libro, Rose teme di abitare proprio nel palazzo dove risiede Mater Tenebrarum, la più crudele. Prima di affrontare il suo personalissimo ‘inferno’, nel misterioso sotterraneo dello stabile, scrive e invia una lettera al fratello Mark, ruolo affidato da Leigh McCloskey, studente di musica a Roma, chiedendogli di farle visita. La scomparsa di Rose e altri nefasti eventi condurranno Mark, letteralmente, a un passo dalla morte.
Una lenta discesa onirica nell’oscurità. Il secondo capitolo della ‘trilogia delle madri’, conclusa a distanza di oltre un ventennio da “La Terza Madre” (2007), è un film enigmatico, sperimentale e, soprattutto, stilisticamente radicale, meno narrativo e più immerso in un linguaggio visivo costituito da colori saturi e luci espressioniste, che creano un effetto magnetico, atmosfere inquietanti e sequenze opprimenti. Gli omicidi sono parimenti brutali, come nella tradizione del cineasta, ma estetizzati in maniera artistica. Se “Suspiria” si concentrava su Mater Suspiriorum, “Inferno” esplora il mito di Mater Tenebrarum tra polverose biblioteche e palazzi infestati da un male insondabile, con stanze che nascondono segreti e spazi impossibili. “Inferno” non è un horror tout court, bensì un’esperienza sensoriale e simbolica, una sorta di sogno febbrile in cui lo spettatore è costretto a immergersi tra presenze maligne. La protagonista del film è l’atmosfera complessiva.
La principale differenza tra “Suspiria” e “Inferno” risiede, dunque, nell’organizzazione narrativa, a fronte di una dimensione alchemica del secondo lungometraggio, legata a doppio filo a quella simbolica della sequenza degli omicidi. Dopo la stregoneria del primo, è sull’alchimia che il regista incentra “Inferno”. Contrariamente a quanto si pensi, la scienza alchemica non si limita affatto alla trasmutazione del piombo in oro. E la ricerca di una pietra filosofale è allo stesso tempo sia materiale che spirituale. La stessa s’inscrive in una riflessione d’insieme che si applica anche allo spirito umano attraverso la purificazione formale dell’anima uscita da metamorfosi spirituali progressive: questa trasmutazione corrisponde all’elevazione dell’individuo verso il bello, il vero e il bene. L’alchimia è, almeno in principio, di matrice ottimista, sicché la deriva sanguinaria nell’opera di Dario Argento sorprende per la sua tonalità tetra e pessimista, perché prossima alla magia nera.
Secondo il regista, in “Suspiria” era presente “il sorriso della vittoria, l’ottimismo per la vita”, mentre “Inferno” è “il delirio e il trionfo del fuoco”. Per la musica originale, contro qualsiasi aspettativa e complica la grande riuscita delle precedenti partiture in parte ideate ed eseguite dai Goblin, Dario Argento scelse di affidarla a Keith Emerson, già apprezzato tastierista del gruppo Emerson, Lake & Palmer, autore di una colonna sonora magnifica, più classica e sinfonica, derivante da un uso magistrale dell’organo, del pianoforte e dei sintetizzatori. Un commento differente da quelle di “Profondo Rosso” e di “Suspiria”, malgrado la continuità con alcuni contributi in stile rock progressivo, alcuni dei quali eseguiti con l’ausilio di strumenti elettronici che hanno generato suoni fortemente discordanti, più eterei e minimali, generatori di un’esperienza d’ascolto inquietante e surreale, che amplifica al massimo tutte le suggestioni dark della pellicola.
La dolce melodia del pianoforte di Inferno (Main Titles Theme) bilancia l’incalzare delle note di una grande orchestra: un’ouverture epica per archi, organo e pianoforte. Da brividi il contrasto con la vorticosa Taxi Ride (Rome), in cui domina l’arpeggio ipnotico dei sintetizzatori. L’organo è, invece, centrale in The Library. Rose Leaves The Apartment eleva il livello di suspense, ma è Rose Gets It sorprende perché introduce un elemento ad alto impatto emotivo: il canto lirico. Lo stile del tastierista si evince a pieno, tra le pieghe della release in doppio vinile colorato Death Waltz Recording Company di “Inferno (Original Motion Picture Soundtrack)” (2023) contenente diverse alternate track, dalla nervosa Kazanian’s Tarantella, dalla ritmata Cigarettes, Ices, Etc, assente nel film, e da Mater Tenebrarum. Un brano energico e iconico, perfido e da gran finale, sostenuto dall’organo, con cori in sottofondo e la voce in primo piano di Linda Lee. Espressione del sublime.