Joseph Trapanese
Arctic
Diretto da Joe Penna, “Arctic” (2018) è un film essenziale, silenzioso e potente. Lontano dagli stereotipi del genere ‘survival movie’, il lungometraggio presentato in anteprima a Festival di Cannes del 2018 e girato nel corso di diciannove giorni in Islanda racconta una storia intima e umana, resa straordinaria dall’interpretazione dell’attore principale. Non è una pellicola d’azione, né un dramma emotivo costruito mediante colpi di scena, bensì un’esperienza visiva che trascina lo spettatore nel gelo e nella solitudine della lotta per la vita, perché il protagonista Overgård, interpretato da Mads Mikkelsen, è bloccato presso il circolo polare artico dopo un incidente aereo. Sopravvive in condizioni estreme grazie a una routine metodica e a una conoscenza pratica della sopravvivenza. Quando un elicottero di soccorso si schianta, Overgård deve prendersi cura anche di una donna che non parla la sua lingua che è gravemente ferita, cioè Maria Thelma Smáradóttir.
L’uomo mette così alla prova il suo istinto di sopravvivenza ed è, praticamente, a un bivio: restare al sicuro nel suo rifugio o tentare un viaggio estenuante verso la salvezza. La coproduzione tra Islanda e Stati Uniti sorprende per il ricorso a una regia tanto minimalista quanto immersiva. “Arctic” è un lungometraggio che parla attraverso immagini, silenzi e piccoli gesti, riducendo i dialoghi al minimo e affidandosi alla straordinaria espressività del suo attore principale. La scelta di raccontare la storia in modo realistico, senza espedienti hollywoodiani, aumenta il coinvolgimento dello spettatore. Il regista evita, inoltre, flashback o retroscena superflui: Overgård si trova in un luogo quasi inaccessibile, remoto, è in difficoltà e deve sopravvivere. L’intero film si regge, dunque, sulle spalle di Mads Mikkelsen, che offre una delle sue performance più fisiche e intense. Il suo personaggio è un uomo comune, metodico, calcolatore, ma vulnerabile e segnato dalla solitudine.
Non ci sono momenti di eroismo spettacolare: il suo dolore, la sua fatica e le sue emozioni sono autentiche e palpabili. Lo spettatore percepisce ogni brivido di freddo, ogni taglio sulla pelle, ogni respiro affannoso, grazie a una recitazione che comunica più con gli occhi e il corpo che con le parole. L’antagonista di Overgård è, in realtà, il circolo polare artico. Il paesaggio bianco, desolato e spietato diventa una prigione naturale, ostile e silenziosa. La fotografia di Tómas Örn Tómasson esalta la bellezza e il pericolo derivante dal ghiaccio eterno. Il suono del vento, il gelo che permea ogni scena e l’assenza di musica in alcune sequenze amplificano la sensazione di isolamento. La pellicola appare, quindi, quanto più cruda e realistica possibile, dove la lotta per la sopravvivenza diventa quasi un’esperienza fisica per chi la osserva su grande o piccolo schermo. “Arctic” affronta anche temi legati alla resilienza e alla determinazione. È sottile la linea tra speranza e disperazione.
Oltre alla sopravvivenza fisica, “Arctic” esplora anche il peso della responsabilità e dell’empatia. Il protagonista è, in principio, concentrato su se stesso, salvo badare a una persona indifesa. Questo cambio di prospettiva trasforma la sua lotta da una battaglia individuale a una missione morale, portandolo a sfidare i propri limiti. Pubblicata in doppio vinile colorato, a cura di Music On Vinyl e Sony Classical, la colonna sonora di “Arctic” è tra le migliori creazioni di Joseph Trapanese. Il compositore ha adottato un approccio che non sovrasta mai l’azione, piuttosto la accompagna con discrezione e intelligenza. Noto per il suo lavoro con Daft Punk e M83, rispettivamente in “Tron: Legacy” (2010) e in “Oblivion” (2013) entrambi diretti da Joseph Kosinski, Joseph Trapanese abbandona qui gli arrangiamenti elettronici complessi a favore di un tratto più atmosferico, in simbiosi con il tono dell’opera. La musica è un soffio gelido piuttosto che una presenza dominante.
Una sorta di ombra che si insinua nelle scene per amplificare il senso di isolamento e pericolo. La partitura scarna, eterea e, all’apparenza, priva di riferimenti precisi a cura di Joseph Trapanese è, essenzialmente, costruita su tre elementi principali: bordoni e texture ambient, che evocano il gelo e l’immensità del circolo polare artico attraverso suoni prolungati e rarefatti; strumenti a corda e fiati distorti, che contribuiscono a creare un clima di tensione strisciante e un senso di profonda inquietudine; silenzi e pause strategiche, che enfatizzano frangenti ad alta intensità emotiva. Tra i ventitré brani di breve durata di “Arctic” (Original Motion Picture Soundtrack” (2019) non sono presenti grandi melodie o veri e propri temi ricorrenti, un oculato ricorso al sound design è più che sufficiente per accentuare l’atmosfera di sopravvivenza estrema, in linea con un cinema contemplativo e realistico. Ascoltare la colonna sonora è compiere un viaggio nell’inferno bianco.
Il delicato incipit Life il preludio agli input pianistici di Signal, un istante prima di affrontare a viso aperto l’abisso di Night, i clangori di Icebox, lo stillicidio di Again, e le tensioni per percussioni e archi di Response. Spartiacque Recovery, a una prima parte concitata segue una seconda maggiormente riflessiva. Il trittico di brani composto da Morning, Supply e Chart infonde speranza in vista del futuro e, soprattutto, garantisce all’ascoltatore un lento e arioso crescendo. Oltre il tepore in note di Tend, sono l’ostinato della compatta Mission e i malinconici archi di Box a imporsi all’attenzione generale. Mentre le atmosferiche Unexpected e Try appaiono in contrasto con la straziante attesa rumoristica di Cave, Storm è una tempesta di raggi di luce. Il frammento Shelter e le più corpose tracce Lost e Inevitable elevano il senso di straniamento generale. La suite End, il ‘tema’ Arctic e Hope, con i vocalizzi del cantautore Imaginary Future, la superlativa conclusione.