Bop
Self-Portrait
L’anima più empirica di Napoli non ha ancora smesso di reinventarsi. Luca Affatato, in arte Bop, è una delle numerose personalità artistiche nate e cresciute all’ombra del Vesuvio ma, a differenza di altre, continua a inseguire una propria via creativa ai limiti dell’alternativo. O, probabilmente, una sorta di diagonale. “Self-Portrait” (2015), prima uscita sulla propria etichetta Best Company, l’ennesimo riuscito esperimento. Otto convincenti tracce di crossover elettronico con virtuosi inserti cinematici. Per uno stile non catalogabile. Sempre fuori dagli schemi. In una parola, sorprendente.
Come la sua carriera. Aperta. “Self-Portrait” ne è la provvisoria summa, o un vero e proprio dissacrante manifesto, abbellito anche dal poster di Simone Antonucci, noto per il cartone animato “Pene & Vagina” (2006-2008) in onda su MTV, e dalla copertina a cura di Alessandra Finelli. Oltre il djing, alle spalle di Bop, una manciata di ex pseudonimi: 16Bit Suicide, BSBE per una release digitale e, soprattutto, Phutura, con 12” rilasciati per conto di alcune delle realtà discografiche campane di solito dedite a minimal e tech house, cioè Globox, Adagio, MiniSketch o Titbit Music.
“Mi è sempre piaciuta l’idea di condividere musica con Davide Squillace, Gaetano Parisio o Sascha Carassi. Nonostante ciò, dato che sono pigro, avrò inviato tre demo al massimo in tutta la mia vita. Non sono affatto bravo nel creare tool dance. Arrangio una canzone tenendo presente tutte le band che ascolto e che ho ascoltato. Può essere un pregio ma, a volte, ha rappresentato un difetto. Non penso di aver mai prodotto tracce minimal in senso stretto, perché cercavo di limitarmi e di controllare in maniera ‘ragionata’ l’uso dei suoni, delle melodie e dei rumori a cui sono stato legato”.
“Da tempo avevo in mente di collezionare alcuni dei lavori che avevo maggiormente a cuore, composti nell’ultimo anno, tra cui quelli con il gruppo 291out. Ho coinvolto parecchi amici sia per la selezione che per la ‘scaletta’ delle canzoni, da qui anche l’idea del nome dell’etichetta, Best Company. Alla fine, ho cercato con il loro aiuto di concentrare tutte le varie esperienze di ‘suono’ accumulate. Non ho mai seguito alla lettere un genere o un ‘momento’, mi sono sempre considerato obliquo in un certo senso, nello sviluppo degli arrangiamenti proprio in termini di sound design”.
Sul lato A, la partenza è ipnotica con un profluvio di pulsioni sotterranee, gorgheggi in loop ed esplosioni distanti. L’opener Entrance/Romance si pone subito quale esempio di lava tanto incandescente quanto instabile. Materia liquida che ribolle parimenti sotto pelle. Una più marcata coerenza compositiva è offerta dalla seguente 1976, traccia dub dedicata all’anno di nascita dell’artista, arricchita da delicate sfumature ambient. I Ragazzi Del Computer e Tape Rewind/Forward Love sono, invece, due non enigmatici esercizi di retro-futurismo contemporaneo.
La prima è segnata da continue salite e discese sonore. La seconda, imbevuta di rimandi all’elettronica di alcuni anni fa, costringe l’ascoltatore a uno status di apnea extra-marina. E le sorprese di Bop non finiscono affatto qui. Sul lato B, cresce la tensione e non solo in note. L’introduzione di Sospiro/Latenza, tributo al genio di Dario Argento, prende in prestito uno stralcio audio del film “Suspiria” (1977), quando un’intimorita Sarah, interpretata da Stefania Cassini, confessa all’amica Susy, ovvero Jessica Harper, l’esistenza di una strega nell’accademia di danza.
Un istante dopo si abbatte un sound intriso di buio, psicotico, proprio di un incubo. Nell’intrigante retroterra di Bop ci sono, però, anche chitarre e percussioni in libertà. Con la complicità del misterioso collettivo 291out, Lo Sguardo Di Marco, per ricordare un amico che non c’è più, e Il Sogno Di Mila si connotano per l’alto tasso di psichedelia sprigionato nell’aria e una strana sensazione di smarrimento, legata a doppio filo da un’attesa perenne. Infine, echi d’acqua a scandire l’ultima progressione mistica. Cellar’s Theory serra le fila di un album breve, solido e spiazzante.
“L’utilizzo della voce fuori campo è stata una scelta dettata da almeno due distinti motivi: in primis, sono un appassionato di cinema di genere, forse non un appassionato assoluto di Dario Argento, ma quel dialogo è qualcosa al di sopra e mi piaceva celebrare quel periodo storico di celluloide. Il secondo motivo è omaggiare Quiroga: lui è davvero un maestro nel cercare sample oscuri di dialoghi assurdi tratti da film sconosciuti. Mi piaceva poi dare un tocco à la John Carpenter in chiave italica al brano, considerando nel complesso “Self-Portrait” una specie di colonna sonora”.