Cicci Santucci, Enzo Scoppa
Mirage
In senso letterale, il termine ‘miraggio’ indica un fenomeno ottico che si verifica in particolari condizioni atmosferiche, specie nei deserti o in aree molto calde. È causato dalla rifrazione della luce, che fa apparire all’orizzonte immagini illusorie quali, ad esempio, pozze d’acqua o oggetti inesistenti. Anche se sembrano reali, i miraggi sono inganni della vista: ciò che si vede non è dove appare essere. Il termine ‘miraggio’ ha anche un significato simbolico, perché descrive qualcosa di desiderato ma irraggiungibile, un sogno che sembra vicino, ma si allontana appena lo si avvicina. Può rappresentare illusioni, speranze vane, obiettivi irrealistici o promesse non mantenute. In letteratura, proprio come nella vita quotidiana, il miraggio è una figura potente, che racchiude l’idea del desiderio così come il rischio dell’inganno e della delusione. Inseguire un miraggio significa ambire a un qualcosa di stimolante così come confrontarsi con la realtà e capire quando desistere.
Prima della ristampa in vinile, a cura di Sonor Music Editions, stringere tra le proprie mani una copia di “Mirage” (2018), affascinante e coeso album simbolo della sorprendente innovazione musicale di inizio anni Settanta, pubblicato in circa cento esemplari al mondo dalla piccola etichetta discografica New Tape presto scomparsa nel nulla, era un vero e proprio miraggio. La riscoperta di questo oggetto di culto, se non vero e proprio gioiello troppo a lungo nascosto, per gli appassionati sia di funk e jazz che di groove esotici e atmosfere lounge ha favorito di pari passo il riavvicinamento degli stessi alle ridondanti discografie dei compositori e musicisti al servizio di terzi Cicci Santucci ed Enzo Scoppa, alias Girosan e Scoen, rispettivamente alla tromba e al sassofono soprano e tenore, entrambi membri della Modern Jazz Gang, fautori in piccolo della diffusione del jazz in Italia nel secondo dopoguerra, particolarmente attivi in ambito library music.
L’inizio è delicato, seppur vibrante, con Isabelle, ovvero quasi tre minuti di atmosfere d’altri tempi, tra fiati morbidi, organi ovattati e percussioni leggere, proprio come in Mirage. La ritmica è più vivace in Hot Pants, dal basso grintoso e dal groove smaccato. Esotico, invece, un brano come Tenerife, dal sapore vacanziero, con il flauto a evocare spiagge incontaminate. Mentre Eleven si colloca alla stregua di un interludio bossa nova dominato dal pianoforte elettrico, l’influenza sudamericana, al pari di una certa saudade in note, è maggiore tra le pieghe di Ustica. Folksom, al contrario, è maggiormente strutturata su un groove dal taglio rock, con chitarra elettrica in primo piano, un tratto in comune con Contatto. Mentre Guanabara è uno straordinario esercizio di samba, Raggio Zero mette in evidenza un sontuoso break della sezione fiati. Sognante la ballata Mireille, dal pianoforte lirico. La conclusione è affidata ad Attica, dall’arrangiamento deciso e incalzante.