Piero Umiliani
Continente Nero
Il continente dai mille volti e un aggettivo oggi desueto. L’Africa nera. Gli antichi greci la chiamano Etiopia. Chilometri quadrati di terra largamente incognita a sud del deserto del Sahara. Un nome, Etiopia, a volte utilizzato per uno Stato, in origine designato per il Regno di Kush, poi usurpato da quello di Axum nel IV secolo. Una nuova entità transcontinentale a cui facevano capo zone dell’odierna Eritrea, dell’Etiopia, dello Yemen, dell’Arabia Saudita meridionale, della Somalia occidentale, del Gibuti e del Sudan settentrionale. I successivi geografi hanno diviso la regione subsahariana in diverse sezioni etnografiche distinte in base ai rispettivi abitanti di ciascuna area. I commentatori in arabo nel periodo medievale adottarono, non a caso, il termine ‘bilâd as-sûdân’, ovvero ‘terra dei neri’, espressione che indicava coloro che provenivano dall’Africa occidentale e centrale. Il suo equivalente per l’Africa sudorientale era, invece, ‘zanj’, vale a dire il ‘paese dei neri’.
Nel corso del tempo, le popolazioni a sud del Sahara furono meglio divise in tre grandi gruppi ancestrali: camiti e semiti del Corno d’Africa e del Sahel, imparentati con i popoli nordafricani, dalle lingue afro-asiatiche; khoisan dell’Africa meridionale, che parlavano le lingue dell’omonima famiglia; e neri, dalle lingue niger-kordofaniana e Nilo-sahariane, da collocare nella maggior parte del subcontinente, da cui il toponimo, privo di alcuna connotazione spregiativa, caro anche al compositore Piero Umiliani. “Continente Nero” (2021), una ristampa in vinile a cura dell’etichetta Dialogo, è la seconda incursione in un vasto territorio finanche sonoro, o il perfetto rovescio della medaglia della già iconica libreria musicale “Africa” (2021), parimenti ‘riscoperta’. Un omaggio in note alla tradizione e alla modernità di un continente musicale, un patrimonio artistico ancora oggi quasi impossibile da mappare nella sua complessità, un miscuglio di tribalismi, jazz e afrobeat.
Un formidabile assolo di pianoforte costituisce l’incipit dell’opera: Rivoluzionari è una traccia dal carattere moderno e concitato. Nel Villaggio è, invece, un dolce tema descrittivo per marimba. Più sostenuto Nuove Realtà, mentre Antiche Tradizioni è, viceversa, misterioso, lento e arcaico. La tromba e il sassofono connotano, in seguito, l’incedere frammentato di Nuovi Fermenti. Sole Percussioni un esercizio percussivo. Piffero Africano un motivo folkloristico. Una prima versione di Continente Nero offre squarci di grande jazz a tempo medio per piccola orchestra, in contrasto con l’introversione per flauto Riscossa. Il medesimo strumento è al centro della breve e drammatica Ultimo Stregone. Un gradevole ritmo tribale scandisce Preparativi, con basso tirato a lucido, prima che la profonda nenia Oasi imponga uno stop emotivo. Tribalismo e Giorno Di Mercato garantiscono all’ascoltatore cinque minuti di ipnosi per tamburi. Flauto Africano un triste finale.