Joe Drive
The Sound Oasis
Introverso nel privato, ma estroverso se a contatto con i suoi macchinari analogici. E assolutamente prolifico. Nel corso di dodici mesi, la parabola artistica di Joe Drive si è trasformata in una sorta di sequenza di superlative release. Se “Cosmogony” (2012) su Cosmic Club, etichetta succedanea della Skylax, aveva messo in risalto una componente più melodica in 1997 e riversava il calore della deep house in Maat, “Revelation EP” (2012), su HotMix Records, ne riprendeva, invece, la forza, connotandosi in positivo anche per espressioni downtempo quali Early Light e Frame 228.
Il definito e definitivo crescendo dell’artista è stato, poi, ulteriormente, ribadito tra i solchi di “Junopolis EP” (2012), pubblicato da 4Lux, grazie sia alla splendida title-track, autentico e viscerale tributo alla Chicago House dei suoi anni ruggenti, che al minaccioso remix di Tefnut curato dall’olandese Martijn Hoogendijk, meglio noto alle cronache discografiche come Alden Tyrell, l’instancabile produttore che, per esempio, ha curato la compilazione e il remastering delle ristampe relative alla prima parte del catalogo anni Novanta dell’indimenticabile duo Drexciya.
Calato il silenzio per alcuni mesi, “The Sound Oasis” (2013) su Aesthetic Audio, segna il brillante ritorno di Joe Drive che, forse, alza il tiro e sceglie un approccio ancor più virtuoso rispetto i suoi precedenti sforzi. Il lato A si apre con l’articolata That’s How I Feel, tra pulsioni acide e bordate di sintetizzatori. Una traccia assolutamente godibile. La solida Kooaad sembra, invece, strizzare più l’occhio al dancefloor. La sua particolarità giace, però, nell’incredibile, e forse affatto improvvisato, ricorso a un field recording ‘metropolitano’, riscontrabile sia in principio che alla conclusione.
Sul lato B, in scia all’alchimia di atmosfere, battiti e pause, la sontuosa Amnios, ‘nata’ sull’onda di una delle più forti che un uomo possa provare in vita, è una delle tracce che l’anno in corso tramanderà ai posteri; laddove il nudo e crudo ‘Worthy Is Deep Rmx’ del medesimo brano, rimodellato dall’autorevole Keith Worthy, ne conserva gli ossessionanti e rigogliosi accordi, salvo scegliere di esaltare, a seconda dei casi, alcuni elementi eterei, garantendo all’ascoltatore il prosieguo di un viaggio senza compiere alcun movimento. Da Detroit o dal proprio quotidiano.