Spirale
Spirale
Una prima curva è avvolta intorno al punto centrale di un’iconica immagine dominata da scacchi bianchi e neri. Una seconda è una terza curva si allontanano dall’asse o avvicinano ‘progressivamente’ all’asse, creando un singolare effetto ottico, se non ipnotico. Quello sonoro è, invece, garantito dal valore dell’ensemble identificatosi, non a caso, in un iconico e pertinente nome, ovvero Spirale. “Spirale” (2021) è, immancabilmente, anche il titolo del loro unico e meraviglioso album, ripubblicato in via ufficiale da Dialogo, con copertina deluxe apribile e nuovo mastering dei nastri originali. L’opera prima (1974) – un affascinante mix di free jazz e rock progressivo in linea sia con le passate e release griffate Aktuala, Perigeo e Napoli Centrale – appartiene, invece, al frastagliato catalogo della King Universal dell’artista Aurelio Fierro, improntato in misura maggiore sulla canzone napoletana. Un progetto quale “Spirale” è un unicum.
I quattro brani che compongono la sua succinta tracklist sono la sola coraggiosa testimonianza tramandata ai posteri da una misconosciuta band romana, con Corrado Nofri all’arpa ebraica, alla marimba, alla mbira e al pianoforte; Giampaolo Ascolese alla batteria; Gaetano Delfini, voce, strumenti a fiato e percussioni; Giancarlo Maurino all’ute, al sassofono è alle percussioni; e Giuseppe Caporello alla chitarra, al contrabbasso e alle percussioni. Segnalato dal sassofonista contraltista Mario Schiano al produttore Toni Cosenza, il quintetto ha avuto vita breve prima di scomparire in quel trascurato mondo ‘alternativo’ della musica italiana, caratterizzato da un indescrivibile tasso di sperimentazione e dal particolare sapore mediterraneo proprio di un nugolo di ispirati musicisti. La ‘sfortuna’ dell’ensemble Spirale è stata, forse, l’essere in anticipo sui tempi, a fronte dell’ampio e, soprattutto, crescente favore del pubblico nei confronti della musica popolare.
I cinque minuti di Rising sono, ad esempio, un incipit tanto incalzante quanto gioioso, sintesi di tensioni jazzistiche con gradevole assolo di batteria nella parte centrale e straripante psichedelia ipnotica. La prima suite Cabral è letteralmente, mozzafiato: forbito crescendo emotivo o brano cruciale con fiati e pianoforte tirati a lucido nel complesso puzzle della storia della musica alternativa in Italia, contaminata da sonorità latine, spartiacque creativo tra tradizione e modernità. Il pianoforte è, in seguito, al centro della breve e romantica Una Ballata Per Yanez, con contributo del flauto, una boccata d’aria per l’ascoltatore prima di essere travolto dall’onda di energia interiore ed esteriore della seconda suite dell’opera, vale a dire Peperoncino (Cose Vecchie, Cose Nuove). Sublime l’amalgama degli strumenti. La sezione fiati è l’indiscussa protagonista principale, ma l’assolo è qui affidato al basso. Le urla liberatorie di Gaetano Delfini concludono l’allegra ballata.