Daft Punk
Homework
Senza caschi. Thomas Bangalter e Guy-Manuel De Homen-Christo si incontrarono per la prima volta tra i banchi del Lycée Carnot di Parigi nel lontano 1987. Il loro primo lavoro, o ‘compito a casa’, è stato pubblicato soltanto il 20 gennaio di dieci anni dopo. “Homework” (1997) ha, letteralmente, istituzionalizzato lo stile dei due giovani androidi, rappresentando allora la primigenia visione dell’universo Daft Punk, che da quel momento si sarebbe evoluta in forme più raffinate in “Discovery” (2001), eclettiche in “Human After All” (2005) e orchestrali per la colonna sonora di “Tron Legacy” (2010). L’uscita di “Homework” ha celebrato, pur prendendone in parte le distanze da un punto di vista squisitamente sonoro, l’allora già dilagante fenomeno French Touch.
Prima dell’ascesa dei Daft Punk, con annessi videoclip d’autore e contratto sottoscritto con la multinazionale Virgin, nessun altro artista francese era riuscito a vendere circa due milioni di copie per un unico album nel giro di soltanto due mesi in almeno trentacinque paesi, raggiungendo la certificazione di disco d’oro in Francia, Inghilterra, Belgio, Irlanda, Italia, Nuova Zelanda e di platino in Canada. “Homework” è stato un caso discografico, dimostrazione di come chiunque, a cominciare da due ‘stupidi punk’, poteva acquistare l’attrezzatura necessaria per mettere in piedi uno studio casalingo ed elaborare le proprie tracce. Geniali nel caso dei Daft Punk, se non sbalorditive per un duo di ventenni nati negli anni Settanta e cresciuti tra disco, Kraftwerk e pop sintetico.
Le loro prime composizioni erano derivative di semplici idee, frutto di un lungo apprendistato tra mixer, sintetizzatori e drum machine, basti pensare all’aggiunta di uno o più suoni a un ritmo, praticamente, martellante. Un’estetica, spesso, ironica per l’elettronica d’intrattenimento del nuovo millennio si irradiava così all’interno di ciascuna delle sedici tracce di “Homework”, un album fondato, inoltre, su alcune precedentemente rilasciate in vinile per conto di Soma Quality Records: in ordine cronologico, Alive, Da Funk e Indo Silver Club. Biglietti da visita che, periodicamente, avevano presentato il neonato duo a un pubblico sempre più vasto. Le restanti tredici tracce furono, di riflesso, concepite come veri e propri singoli, slegati dall’idea di essere incluse in un album.
“Homework” (2022), oggi anche in doppio vinile ADA e Soma Quality Recordings, è introdotto da Daftendirekt, fase di riscaldamento per gli strumenti all’interno di una specie di stanco mantra. Dopodiché, irrompe la radiofonica voce dello speaker di Wdpk 83.7 fm, che dà il benvenuto agli ascoltatori di “Homework” un istante prima delle grida e degli schiamazzi della folla di Revolution 909, traccia dall’impatto sonoro unico e di dichiarata critica sociale, in aperto riferimento alla realtà vissuta dai frequentatori dei club. Erano trascorsi due anni dal “Criminal Justice and Public Order Act” (1995) – osteggiato dai Prodigy nelle note dell’album “Music For The Jilted Generation” (1995) e attraverso il videoclip di One Love – che concluse la stagione dei rave d’Oltremanica.
Anche in Francia una legge simile provò ad arginare il divertimento notturno di una generazione votata sia all’house che alla techno, considerate sonorità devianti dai politici e dalla classe dirigente di allora, perché legate a doppio filo all’uso e al consumo di sostanze stupefacenti e, in pratica, ritenute prive di alcun merito poetico o musicale. Indignati contro l’autorità, specie se nella sua forma più repressiva, Thomas Bangalter e Guy-Manuel De Homen-Christo inserirono all’inizio della monolitica e ossessiva Revolution 909 la voce di un poliziotto che intimava di “spegnere la musica e andare a casa” e, senza stacco alcuno, lasciarono che il sound crudo della traccia lo coprisse poco dopo. Un artificio messo in atto anche per il videoclip girato da Roman Coppola.
La seguente Da Funk, meno adatta alle piste da ballo ma nominata ai Grammy Awards come migliore canzone dance dell’anno nel 1998, è costruita, invece, su alcuni suoni registrati in presa diretta nell’anticamera dei club su cui si innesta un motivo supportato dalle chitarre funky e dalle distorsioni acid house. Da ciò deriva un ritmo che viaggia intorno ai cento battiti per minuto: il didascalico abbassamento di beat testimonia lo smembramento dei Daft Punk dell’eredità black e di quanto compiuto dai guru Jean-Marc Cerrone e Giorgio Moroder in singoli pattern melodici. L’alternanza di ricordi e loop ben collegava la cultura sudata del funk con quella robotica dell’elettronica per poi interrompersi nel beffardo basso di Phoenix e nella nostalgica Fresh.
Si tratta di due brevi basate su una specifica linea melodica, volutamente riproposta, risultando così più orecchiabile minuto dopo minuto. Il contenuto di “Homework” è, però, passato alla storia per la ripetizione di tre parole emesse un vocoder attraverso l’incedere della cassa in quattro quarti, vale a dire, Around The World. Non è stata una traccia qualunque. Il suo suono ibrido ha catalizzato l’attenzione di intere masse e scosso i loro corpi, divenendo un tormentone davvero planetario, complice il geniale videoclip di Michel Gondry. I sette minuti della rumorosa Rollin & Scratchin’ contengono, invece, le distorsioni techno che testimoniano come fosse ancora presente nei due ragazzi la voglia di rave, perché non erano riusciti a vivere a pieno una stagione compromessa.
La cassa senza mezze misure e il trascinante crescendo assumono i tratti di una fuga dalla noia quotidiana di chi si è ritirato a pochi metri dal proprio letto a produrre musica. All’interno della proprie abitazioni, i Daft Punk hanno anche ascoltato quella dei loro ‘maestri’, da Lil’ Louis a Kenny Dope, da Louie Vega a K-Alexi, passando per Jeff Mills a Green Velvet, fino a Robert Hood e Dave Clarke. La litania di dj e produttori di Teachers è, dunque, un caloroso e ripetitivo omaggio a chi ha positivamente influenzato i due artisti parigini, che si spingono oltre i ringraziamenti delle copiose note di copertine dell’album. Il distacco dai padri non si concretizza, però, nella house al neon di High Fidelity o nelle sperimentazioni di Rock’n Roll, semmai nella bizzarra Oh Yeah.
In un mix di colori e luci, le successive Burnin’ e Indo Silver Club appaiono, invece, fondate su campionamenti trafugati e incastrati nel miglior modo possibile tra le pieghe di sintetiche costruzioni, rappresentando l’ultimo gioioso momento prima della conclusione affidata a Funk Ad, nient’altro che Da Funk posta al contrario. Nel mezzo, giace l’utilizzo sempre creativo dei filtri nel caso della conclusiva Alive: un lento crescendo che rivela poco a poco l’essenza del brano in una nota ribattuta che attraversa dapprima il canale destro e poi quello sinistro, di fatto all’infinito, sfasata rispetto alla base. In questo modo i Daft Punk sono divenuti l’anello di congiunzione tra diversi decenni, distanti ma vicini. Impossibile emulare sia la loro eleganza che il loro brand.