Rapoon
Song From The End Of The World
C’è un mondo alla fine del mondo? Che cosa si nasconde al di sotto dei ghiacci? Domande legittime a cui l’uomo prova a dare risposte da almeno un paio di secoli. Non esistono, però, riscontri né definiti né di definitivi. L’esplorazione del sesto continente è ancora in corso. Frequenti gli studi sui cosidetti ‘organismi estremofili’. Immancabili anche i rimandi alle sempre floride letterature e mitologie aliene. Nuove, piuttosto, le connessioni musicali, o la colonna sonora ad hoc. Robin Storey, in arte Rapoon, ha provato a immaginare quale sarebbe il futuro dell’umanità se fosse rilasciato un potente virus dormiente da oltre trentamila anni. L’astratto sonoro è solito porsi oltre lo scientifico o il fantascientifico. Stavolta, invece, è legato a doppio filo a una vicenda di cronaca.
Un équipe di ricercatori francesi ha scoperto come riportare in vita un virus di dimensioni gigantesche, innocuo nei confronti di esseri umani o animali, rinvenuto nel permafrost del Mar Glaciale Artico. Il patogeno appartiene alla famiglia dei Pithovirus, condividendo solo un terzo dei suoi geni con gli organismi conosciuti e l’undici per cento complessivo con altre entità virologhe. Appare, dunque, meno remota l’ipotesi che altri virus dormienti possano essere resuscitati dal riscaldamento climatico e dallo scioglimento dei ghiacciai. Secondo i catastrofisti, l’uomo è esposto a un rischio concreto. Altri scienziati appaiono, invece, più cauti. Secondo l’ex membro dei Zoviet France è tempo, al massimo, di elevare un canto agli antichi dei, qualche istante prima del finale.
“Song From The End Of The World” (2016) tratteggia un futuro dalle tonalità plumbee e dagli echi arcani. L’etichetta Glacial Movements Records di Alessandro Tedeschi, il cui catalogo è sempre più ricco, accoglie con piacere le inquietudini e le evocazioni dell’artista britannico, già collezionate in passato all’interno del gelido album “Time Frost” (2007). L’ambient è ancora a temperatura zero. Stavolta, però, la chiave di lettura è meno isolazionista e votata a una maggiore sperimentazione. L’oscurità è immanente e appare proporzionata in intensità alla minaccia che incombe sul pianeta intero. Il surrealismo è in note granulari, ideali per ricoprire scenari foschi. La claustrofobia della potenziale apertura di uno o più devastanti vasi di Pandora è stata così resa con grande maestria.
Rintocchi di campane e fruscii. Un’apertura maestosa. Tensioni sommerse e melodie di pianoforte. We Travelled In Waves ha le sembianze di un enorme locked groove. La continua addizione e sottrazione di suoni s’interrompe al sopraggiungere e al sovrapporsi di una e più voci. Ne deriva un notevole pattern ritmico di parole sussurrate e banchi d’aria. Misticismo e ipnosi viaggiano di pari passo. La successiva A Listening Ice è una traccia meno d’impatto, ma alquanto invasiva sul piano auricolare. La sua semplice struttura fa perno su pochi e lenti movimenti. Ripetuti quasi fino allo sfinimento e imperturbabili di fronte a droni o qualsiasi altro tintinnio di sorta. Il viaggio tra le ostili terre ultime comincia qui. L’atmosfera diviene, infatti, nera come la pece con A Sky Beckons Dawn.
Una preghiera nel mezzo di una nebbia di distorsioni e sghembe dita sul pianoforte. Il canto Call Of Tongues fa breccia nel muro composto da strati di suoni. A Prophecy Lies Under, con il suo incipit classicheggiante, incute meno timore, ma non c’è tregua per Rapoon. Call Of Deliverance si trascina stanca, senza grandi sussulti. Il motivo è presto svelato. Nonostante la breve durata, il field recording di An Answer In Ice è il punto più alto di “Song From The End Of The World”. Il sangue si gela. Emergono voci dal profondo. Impressionanti i gorgheggi del vento. Dominano anche in Ancestors Talk In Lands Of Darkness, associati in parallelo a un pugno di accordi di chitarra. Infine, vortici d’aria e basse pulsioni. The Sky Dances In Green spazza via ogni residuo di speranza. La sequenza di voci maledette è stemperata da perturbazioni soniche. Eppure la fine è nel silenzio.