Gianluca Favaron
Forget About Any Non-Gray
“Accumulo ore di improvvisazioni registrate in svariati momenti, da cui estraggo gli elementi che più mi colpiscono. dopodiché li assemblo per provare a ottenere qualcosa d’interessante. È un lavoro di taglio e cucito, senza schemi, anche se gli ascolti di tutti questi anni influenzano, in modo più o meno conscio, l’esito ultimo”. Minimalismo e strumenti improvvisati. Re-interpretare la più diffusa corrente artistica dell’età contemporanea senza interrompere il flusso di esperimenti. Dal 2009, Gianluca Favaron, già in gruppi quali Zbeen e Under The Snow, elabora suoni concreti ricorrendo a computer o a specifici software, senza disdegnare il ricorso a soluzioni alternative.
“È interessante trasformare i suoni prodotti da oggetti di uso quotidiano in qualcosa di diverso, sia decontestualizzando il suono stesso che elaborandolo e modificandolo mediante vari effetti. Mi ha sempre interessato poco lo scontro tra digitale e analogico: impiego entrambi e conta solo il risultato finale. Non mi pongo obiettivi, se non l’essere soddisfatto del lavoro”. Ieri i progetti paralelli intitolati “Surfaces” (2013) ed “Equivalent XI” (2014), oggi “Forget About Any Non-Gray” (2015). Il progetto rilasciato in una manciata di copie da parte della virtuosa etichetta manyfeetunder è il terzo album in ordine di tempo a contraddistinguersi in positivo per le ripetute sovrapposizioni di astrazioni sintetiche e altre registrazioni di realtà sonore riproducibili a mano.
“I tre dischi presentano in gran parte lo stesso corpo di suoni. I brani di “Surfaces”, pubblicato dalla succedanea di Silentes esclusivamente in vinile, sono contenuti, tranne uno, tra le pieghe di “Equivalent XI”. Questo lavoro è stato costruito sfruttando le fonti dei dischi precedenti, ma processate in modo diverso, con attenzione all’amalgama di più suoni e al loro intreccio su diversi piani ritmici”. Contattato da Vincenzo Nava e Anacleto Vitolo, che lo avevano già selezionato per un ulteriore progetto da rilasciare in digitale, il musicista ha sottoposto loro creazioni elettronicamente sporche, adornate da curiosi loop, perfette per celebrare a pieno la tagline della realtà campana, che recita “music is the only addiction, abstract sound is a concreteness desire”.
“Come per “Equivalent XI”, che rimandava a “Equivalent VIII” (1966) di Carl Andre, “Forget About Any Non-Gray” è la citazione da un’opera dell’artista concettuale Shusaku Arakawa, “Courbet’s Canvas” (1972), in cui sono riportate le frasi “forget about any gray” e “forget about any-non gray” ai due angoli opposti della tela”. L’estrema semplicità compositiva è, dunque, in linea con un ascolto, a tratti, straniante. Come l’apparente indecifrabilità dei titoli delle sette tracce, ridotte a sequenze numeriche. Una scelta, di primo impatto, criptica, ma correlata e suggerita dall’estetica del quadro realizzato da un ‘eternal outsider’, precursore del movimento Neo-Dada.
“Il cd è da ascoltare così com’è, senza cercarci niente di più di ciò che sono i veri e propri brani. Si tratta di alcuni suoni giornalieri riprogrammati, con uno stacco che serve a interrompere un flusso omogeneo, e un gran finale, qualcosa come aprire le finestre di casa, una sorta di contrapposizione tra un dentro e un fuori”. Registrazioni sul campo, bordoni, un approccio singolare che fa ricorso a più linguaggi musicali, da approfondire con particolare attenzione o fondere in un tutt’uno mutevole, Gianluca Favaron coniuga così spersonalizzazione in note e isolamento casalingo nell’arco di distinte sequenze: tra [0314] e [0238] e tra [0212] e [0406], intervallate dalla sferzata sonica di [0420] e chiuse dall’evasione metropolitana di [0943]. La fuga dall’incubo dei rumori.