Ennio Mazzon
Xuan
Senza annoiare, e ricorrendo a un continuo tema sonoro, Ennio Mazzon si muove fluido attraverso ambient, sperimentazione, noise e abrasioni elettroniche, assemblate in scia a una serie di improvvisazioni realizzate mediante il ricorso a strumenti digitali. Un lavoro di quarantadue minuti, solido, costituito da un crescendo di astratte emozioni in note. Una release finalizzata in maniera congiunta dalla sua etichetta Ripples Recordings e da Nephogram Editions gestita dall’amico Franz Rosati. Un progetto lontano da ogni schema e trend, minimalistico nel profondo. “Xuan” (2013) appare strutturato al meglio in ciascuno dei suoi passaggi, confermando l’ottima vena compositiva del musicista, conosciuto per il suo approccio ridotto all’osso e per la manipolazione di suoni elettronici e organici. Il rumore e il silenzio convivono in uno stato di delicato equilibrio.
Il termine ‘xuan’, di origine cinese, può significare ‘misterioso’ od ‘oscuro’ e riflette a pieno l’essenza dell’opera, un’esplorazione di texture dense e spazi indefiniti. Click, fruscii e interferenze si sovrappongono a bordoni stratificati, creando sia un senso di sospensione che di tumulto esteriore. L’universo sonoro di “Xuan” è, dunque, caratterizzato da un delicato gioco di contrasti, perché registrazioni ambientali sono trasformate fino a perdere il loro riferimento reale, evocando astrazioni in serie, e l’assenza di una struttura musicale tradizione genera continue e pulsanti tensioni, come un respiro elettronico che si espande e si contrae. Il tessuto sonoro è fragile, affascinante, in bilico tra il caos e l’ordine. L’estetica del difetto diviene bellezza. È il tipo di musica indecifrabile che invita l’ascoltatore a cogliere i vari dettagli e, soprattutto, i significati nascosti.