Fabio Frizzi
A Cat In The Brain
Opera metacinematografica. A basso budget, delirante e feroce. “Un Gatto Nel Cervello” (1990), noto all’estero come “Nightmare Concert” o “A Cat In The Brain”, è uno degli ultimi film di Lucio Fulci, il cui titolo si riferisce a quel fastidioso stridore che il protagonista avverte provenire dal suo stesso cervello, come se all’interno della scatola cranica ci fosse un felino che genera quel verso. Durante la realizzazione del suo nuovo lungometraggio, un famoso regista del cinema di genere italiano è tormentato da incubi e allucinazioni. È interpretato da Lucio Fulci in carne e ossa, vittima degli orrori da lui concepiti. Le efferate morti cinematografiche rivivono nella sua testa e, quando tali disturbanti visioni diventano insopportabili, il cineasta decide di rivolgersi a uno specialista, lo psichiatra Egon Schwarz, interpretato da David L. Thompson. Ciò che il cineasta ignora è che l’uomo dal camice bianco è, in realtà, un killer che intende trasformarlo in pedina per il suo piano.
Attraverso l’ipnosi, lo scienziato instilla nelle mente del malcapitato paziente pensieri sempre più truci, inducendolo a credere di aver compiuto orrendi delitti, mentre gli stessi saranno, viceversa, perpetrati dal folle medico. Ed è così che ha inizio una sorta di dark odyssey, che mette a dura prova la psiche del regista. Ambientazioni e tematiche ‘classiche’ sono, dunque, riproposte in chiave finanche ironica e, al netto delle trovate del transfer e dell’ipnosi, derivano da scene tratte dal ciclo di film televisivi “Lucio Fulci Presenta”, otto pellicole horror ad alto tasso splatter supervisionate dal ‘godfather of gore’, rimontate e doppiate. Una violenza controbilanciata dal personaggio interpretato dallo stesso ‘poeta del macabro’ che, alla luce di una carriera costellata di morti sul set, non può che essere il ‘mostro’ dell’intera vicenda, così come architettato dallo psichiatra, pronto a defilarsi. “Un Gatto Nel Cervello” è un’esperienza cinematografica che si spinge oltre l’horror.
La pellicola si pone, infatti, sia quale autobiografia per immagini che come riflessione sul ruolo dell’artista e sulle accuse mosse nei confronti del genere, ritenuto a torto immorale, se non demonizzato, denunciando i pregiudizi e, soprattutto, la superficialità di chi lo giudica senza coglierne l’intimo valore catartico. È, inoltre, considerata anche un vero e proprio testamento artistico e personale di Lucio Fulci, scomparso qualche anno dopo l’uscita dell’opera, mescolando sapientemente elementi gore e splatter, metafore visive di un conflitto interiore, all’interno di una narrazione frammentaria per offrire allo spettatore un che di disturbante e surreale. La stessa estetica è volutamente a basso budget, con scenografie semplici e un uso marcato della luce per enfatizzare il senso di alienazione e di disagio. Il regista pone così una serie di domande su come il cinema horror sia percepito e su quanto esso possa influenzare i comportamenti dell’essere umano.
La stampa in vinile griffata Mondo di “A Cat In The Brain (Original Motion Picture Soundtrack)” (2014) fa luce su una delle colonne sonore meno chiacchierate tra quelle realizzate da Fabio Frizzi per il cinema di un artigiano della macchina da presa, quasi al culmine della sua originalità espressiva, raggiunta con “Le Porte Del Silenzio” (1991). La partitura è fondata su un tema per basso e organo, Sequence 1, arricchito da calibrati effetti elettronici e interventi ritmici di batteria, con chitarra elettrica e pianoforte sullo sfondo, ripreso e variato in Sequence 7, Sequence 8, Sequence 11, Sequence 12, Sequence 13 e Sequence 14. La romantica evasione elettronica di Sequence 2, la citazione flautistica di In The All Of The Mountain King di Edvard Grieg in Sequence 3, il jazz di Sequence 4, la suspense di Sequence 5 e la ripresa di Verso L’Ignoto, tratto dallo score di “… E Tu Vivrai Nel Terrore! L’Aldilà” (1981), in Sequence 6 completano la tracklist.